Mickey 17 segna il ritorno sul grande schermo del grande regista coreano sette anni dopo il successo di Parasite. È un film che, nonostante il tono apparentemente scanzonato e a tratti comico, mette in evidenza il cinismo e l’egoismo di una società al collasso, che vede nel colonialismo interplanetario l’unica soluzione ai propri problemi. Catalizzatore di questo sentimento anti-terrestre è Kenneth Marshall (Mark Ruffalo), politico cialtrone ma tirannico, burattino nelle mani della moglie Qwen (Toni Collette). Vittima della loro utopia colonialista è il “sacrificabile” Mickey (Robert Pattinson). Ladruncolo in fuga dai suoi strozzini, Mickey è raffigurato come una creatura inetta e parassitaria all’interno della società capitalista, che, d’altro canto ha l’esigenza di inquadrarlo in una funzione produttiva. Entra qui in gioco Kenneth Marshall, che gli propone di lavorare come cavia per un esperimento estremo: sul nuovo pianeta Niflheim, dovrà sacrificare la propria vita per il progresso umano qualora sarà necessario, mentre la sua memoria verrà re-impiantata in un corpo stampato in 3D, in modo da tenerlo in vita, pur in un corpo artificiale. Mickey viene ucciso nelle maniere più brutali per poi venire “ristampato” 17 volte: ma finché la crudeltà è per amor di scienza, tutto sembra concesso. Al tema del colonialismo subentra quello della clonazione e del difficile equilibrio tra l’etica e la scienza. Il regista non sembra concentrarsi tanto su una presunta “sacralità” del corpo umano: ormai, con le nuove tecnologie, il corpo diventa un oggetto replicabile, che nelle mani di uno scienziato-artigiano può essere aggiustato senza problemi. Le domande sono altre: fino a che punto la scienza può sopravvivere senza etica? E fino a che punto l’uomo può spingersi senza incontrare resistenza da parte dell’equilibrio naturale?
A queste domande, si danno diverse risposte: all’interno del film, l’etica viene ristabilita grazie alla pietà di Nasha (Naomi Ackie), compagna di Mickey, che, sebbene non contesti la visione positivista di Kenneth e del gruppo di neo-colonialisti, arriva a un punto di rottura quando la coppia di tiranni impongono a Mickey la sofferenza e il sacrificio in maniera gratuita e ingiustificata. In questo senso, Nasha si pone come mediatrice: da un lato, la sua figura esalta l’etica personale e la pietà rispetto alla crudeltà dei tiranni, dall’altro propone un nuovo tipo di colonialismo, basato sul rispetto dello stato di natura. Alla fine del film è infatti Nasha che consente lo sbarco degli esseri umani su Niflheim, non dopo aver difeso gli striscianti, esseri autoctoni simili ai tardigradi, dal genocidio pianificato dai tiranni Kenneth e Qwen.
Proprio loro, alla fine, vengono riconosciuti come i veri parassiti della società. Il mezzo con cui avviene questo riconoscimento è il cibo, da cui entrambi sono ossessionati: Kenneth nel mangiarlo, Qwen nel crearlo tramite sadici esperimenti culinari. È particolare come la regia catturi spesso Kenneth dal basso verso l’alto: la mascella alzata e la posa volitiva alludono perfettamente alla rappresentazione classica di Hitler e Mussolini, ma la cialtroneria, l’ignoranza e una certa inadeguatezza rispetto al contesto sembrano alludere a Donald Trump.
Alla fine, Mickey e Nasha riescono a sconfiggere i cattivi: quasi come in una sorta di deposizione dell’imperatore, sono i soldati stessi che si rivoltano contro la coppia di tiranni, riconoscendone la crudeltà. Allo stesso tempo, viene ristabilito l’equilibrio tra uomo e natura e la stampante di corpi umani, simbolo di quell’equilibrio infranto, viene distrutta. Il finale è dunque utopico: ristabilito l’equilibrio tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e la scienza, il progresso dell’umanità può ripartire.
Alle problematiche estremamente attuali (e a tratti anche perturbanti nella loro violenza), dunque, viene dato un finale forzatamente rassicurante. Naturalmente, non si può chiedere a un film fantascientifico di risolvere queste problematiche, anche perché, se ci avesse provato, si sarebbe persa tutta la verve comicamente grottesca del film. Tutto sommato, Bong Jong-Hoo è riuscito a girare un film godibile e divertente, con un cast eccezionale (Robert Pattinson si conferma uno dei migliori attori della sua generazione), ma che non dimentica di far riflettere lo spettatore su certe tematiche d’attualità.